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L'archivio storico

Le cosiddette leggi eversive dell’asse ecclesiastico presero l’avvio già nello Stato sabaudo nel 1855 e, con l’Unificazione, furono pubblicate per tutto il territorio italiano dal 1860 al 1873. Una prima fase fu appunto iniziata con la legge 29 maggio 1855, n. 875 che soppresse conventi, monasteri ed altri enti ecclesiastici secolari nel territorio dei Savoia (Piemonte, Liguria, Sardegna). Tale normativa fu poi estesa nel 1860-1861 alle regioni della penisola che progressivamente vennero annesse alla Monarchia sabauda prima della proclamazione dell’Unità: Umbria, Marche, Province napoletane (corrispondenti agli attuali Abruzzo, Molise, Campania, Calabria, Puglia, Basilicata e parte del Lazio). Con i beni degli enti soppressi fu costituita la Cassa ecclesiastica, il cui scopo era soprattutto il sostegno economico ai parroci più bisognosi. Tra i beni pervenuti alla Cassa vi erano anche le chiese annesse agli enti soppressi, di cui essa avrebbe dovuto garantire l’ufficiatura.

 

Nel 1866 la normativa eversiva interessò tutto il territorio italiano recentemente unificato ed il posto della Cassa ecclesiastica fu preso dal Fondo per il culto, che ne ereditò il patrimonio ed ebbe analoghe funzioni di sostegno al culto cattolico. La legge istitutiva del nuovo ente (7 luglio 1866, n. 3036), colpì conventi e monasteri degli Ordini e delle Congregazioni religiose (le c.d. Corporazioni religiose), i cui beni passarono stavolta al Demanio che avrebbe dovuto metterli in vendita con il sistema delle pubbliche aste. Al Fondo spettò, in cambio, una quantità di titoli del debito pubblico corrispondente alla rendita dei beni incamerati dallo Stato. Da questo patrimonio l’ente avrebbe dovuto trarre le risorse per le finalità sopra ricordate. Ma accanto a tale provvista finanziaria, il Fondo entrò in possesso anche delle chiese annesse alle Case religiose soppresse: fu prescritto infatti che gli edifici sacri non passassero al Demanio qualora fossero mantenuti aperti al culto. Si trattava di un immenso patrimonio storico-artistico comprendente non solo gli edifici, ma anche gli arredi sacri e gli oggetti d’arte che vi si trovavano. Si possono ricordare esempi come S. Croce a Bosco Marengo (Alessandria), l’Abbazia di Praglia a Teolo (Padova), S. Domenico Maggiore a Bologna, S. Croce, S. Marco, S. Maria Novella a Firenze, l’Abbazia di Vallombrosa a Reggello (Firenze), S. Domenico a Siena, S. Bernardino a L’Aquila, S. Giovanni in Venere a Fossacesia (Chieti). Ed inoltre un numero davvero rilevante di chiese nel Mezzogiorno, fra le quali basti ricordare S. Chiara e S. Domenico Maggiore a Napoli, la chiesa della Martorana a Palermo, S, Francesco di Paola a Cosenza.

 

Con la legge 15 agosto 1867, n. 3848 l’attuazione in tutto lo Stato dell’eversione dell’asse ecclesiastico vide una seconda fase, con la soppressione di enti ecclesiastici secolari (le chiese collegiate e ricettizie, un certo numero di canonicati presenti nei capitoli delle cattedrali, le cappellanie, ed una miriade di fondazioni di culto istituite da laici). In questo caso, tuttavia, le chiese annesse agli enti soppressi passarono al Demanio, anche se furono escluse dalla vendita nel caso si fosse deciso di mantenerle aperte al culto.

 

La legge 19 giugno 1873, n. 1402 estese la normativa di soppressione, con opportune cautele, alla provincia di Roma ed istituì per la Capitale uno speciale Fondo di beneficenza e religione, con finalità analoghe a quelle del Fondo per il culto. Ad esso pervennero chiese di eccezionale importanza presenti nella città di Roma, come S. Andrea della Valle, SS. XII Apostoli, S. Croce in Gerusalemme, SS. Nome di Gesù all’Argentina, la Basilica dei SS. Giovanni e Paolo al Celio, S. Ignazio a Campo Marzio, S. Lorenzo in Lucina, S. Lorenzo in Panisperna, S. Maria del Popolo, S. Maria in Aracoeli, S. Maria in Vallicella, S. Maria sopra Minerva, S. Sabina all’Aventino e S. Sebastiano fuori le Mura. Ricchissimo anche il patrimonio di chiese nelle altre province del Lazio.

 

I patrimoni del Fondo per il culto e del Fondo speciale per Roma erano amministrati, per mezzo di due distinti Consigli di amministrazione, da una Direzione generale, incardinata nel Ministero di grazia e giustizia e poi, dal 1932, nel Ministero dell’interno.

 

In seguito ai Patti lateranensi del 1929, lo Stato italiano riammise la possibilità che alle associazioni religiose (Ordini e Congregazioni) e ad altri enti ecclesiastici come quelli in precedenza soppressi, fosse riconosciuta la personalità giuridica civile, in base alla legge 27 maggio 1929, n. 848. Inoltre, fu affidata alla Direzione generale del Fondo per il culto l’amministrazione di altri patrimoni, aventi sempre scopi di culto: quelli degli Economati dei benefici vacanti (enti preposti all’amministrazione dei beni appartenenti ai benefici ecclesiastici privi di titolare) e quelli dei Fondi di religione esistenti nei territori acquisiti dall’Italia in seguito alla prima guerra mondiale. Fra le proprietà presenti nel patrimonio di tali Fondi spiccava la grande Foresta di Tarvisio, ai confini fra Italia, Austria ed Jugoslavia.

 

Il Fondo per culto e gli altri enti patrimoniali sopra ricordati furono poi soppressi dalla legge 20 maggio 1985, n. 222, approvata in seguito all’Accordo fra la Repubblica italiana e la Santa Sede firmato a Roma il 18 febbraio 1984, che ha modificato il Concordato lateranense dell’11 febbraio 1929. I loro beni passarono ad un nuovo ente, il Fondo edifici di culto, la cui rappresentanza fu affidata al Ministro dell’interno e che ebbe una nuova missione istituzionale. La norma del 1985 prescrive, infatti, che, in via principale, «i proventi del patrimonio del Fondo edifici di culto [...] sono utilizzati per la conservazione, il restauro, la tutela e la valorizzazione degli edifici di culto appartenenti al Fondo [...]». Gli edifici di culto in parola sono in larghissima parte costituiti, come abbiamo visto, da chiese ex monastiche o ex conventuali, annesse cioè ai monasteri e ai conventi soppressi in forza delle norme emanate fra il 1855 e il 1873.

 

Il passaggio dei beni patrimoniali da un ente all’altro, attraverso le vicende qui sommariamente delineate, è stato accompagnato da un parallelo passaggio di carte e documenti amministrativi, i quali sono giunti infine alla Direzione centrale che ora amministra il Fondo edifici di culto. Tale patrimonio archivistico, ancora utile per ricostruire la situazione giuridica, a volte molto complessa, delle singole chiese, si rivela una fonte preziosa anche per le ricerche di storia dell’arte e per la storia istituzionale degli stessi enti sopra ricordati, che ebbero una parte di rilievo nella vicenda dei rapporti fra lo Stato e la Chiesa cattolica sin dal periodo immediatamente preunitario.

 

Recentemente la documentazione più antica conservata nel proprio archivio di deposito è stata riordinata dalla Direzione centrale con l’ausilio dei volontari del Servizio civile nazionale, e raccolta, dal 18 dicembre 2013, nei locali già occupati dalla Biblioteca Sessoriana nel complesso di S. Croce in Gerusalemme, in Roma, per essere posta a disposizione degli studiosi.

 

Le serie archivistiche individuate possono grosso modo essere distinte in tre nuclei. Il primo è relativo ai documenti della Cassa ecclesiastica (verbali delle sedute del relativo Consiglio speciale). Il secondo afferisce all’amministrazione dei patrimoni che furono costituiti in seguito all’eversione dell’asse ecclesiastico: il Fondo per il culto, il Fondo speciale per usi di beneficenza e religione della città di Roma, cui si aggiunse, dal 1929, l’Azienda dei Patrimoni riuniti ex economali. Fra le carte più importanti si segnalano i verbali dei Consigli di amministrazione dei citati patrimoni. Il terzo nucleo concerne, invece, le posizioni d’archivio relative alle singole Corporazioni religiose, ossia i conventi e i monasteri colpiti dalla soppressione. Di grande interesse, nell’ambito di questa documentazione, sono i verbali di presa di possesso, contenenti gli inventari, a volte dettagliatissimi, dei beni.

 

Per l’accesso alla documentazione, è stato pubblicato, in occasione dell’inaugurazione della sede di Santa Croce in Gerusalemme, un volume contenente, oltre ad una introduzione sul fondo documentale, l’indice delle posizioni d’archivio relative alle Corporazioni religiose. È inoltre prevista una successiva pubblicazione per la descrizione inventariale di tutto il complesso documentario. Nel contempo è in corso un progetto, attuato sempre con l’apporto dei volontari del Servizio civile nazionale, per la digitalizzazione dei verbali dei citati Consigli di amministrazione. Le immagini della documentazione saranno poi collegate con una dettagliata indicizzazione dei contenuti che ne permetterà la ricerca per soggetti, enti, nomi di persona.

 

Occorre infine aggiungere che l’11 dicembre 2013 è stata sottoscritta una convenzione fra la Direzione centrale del FEC e l’Archivio centrale dello Stato, per permettere la consultazione integrata di tutta la documentazione relativa alla soppressione degli enti ecclesiastici, compresa quella già versata a quell’istituto archivistico.

 

L’accesso all’Archivio storico del FEC, in piazza Santa Croce in Gerusalemme, n. 12, è consentito tutti i martedì, dalle ore 9.00 alle 12.00, previo appuntamento, per il quale si prega di contattare il dott. Carmine Iuozzo:

tel. 06.465.26244

e-mail: carmine.iuozzo@interno.it

Santa Maria in Ara Coeli Aracoeli Roma disegno pianta